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Come puoi gestire un paziente ansioso o fobico in prima visita?

Lavorare con le paure delle persone è una cosa molto complicata ma non impossibile.

Come responsabili della prima visita dobbiamo ricordarci, prima di qualsiasi cosa, che abbiamo a che fare con persone che hanno paure, dubbi e perplessità.

Ascoltare e dare delle risposte a queste persone è il nostro compito. A volte basta anche questo e saper fare le domande giuste per far emergere nel nostro interlocutore le sue risposte.

Non è necessario essere laureati in psicologia per poterlo fare.

Bastano questi quattro elementi:

  1. conoscenza
  2. studio
  3. applicazione
  4. dedizione

Le nostre paure, qualsiasi esse siano, sono collegate al nostro cervello rettile e quindi alla parte primordiale e più istintiva che gestisce i processi primari come: mangiare, bere, dormire. etc. 

E’ anche la parte del cervello che ragiona per logiche di azione come attesa, attacco e fuga.

Se ci pensi bene tutti i pazienti che hanno una condizione di paura con cui hai avuto a che fare in passato, e con cui avrai a che fare in futuro, esercitano la fuga o il blocco.

Scappano e non li senti più o non si decidono mai di iniziare i lavori.

Sono consapevoli del fatto che è necessario iniziare il percorso che il professionista gli propone, ma rimangono bloccati nel loro limbo come un animale che, nonostante sia cosciente del pericolo, rimane fermo in mezzo alla strada con il rischio di farsi ammazzare. Stessa cosa.

Sono persone che hanno bisogno del nostro aiuto.

Il nostro ruolo e la nostra professionalità, nonchè l’etica, ci impone di sostenere chiunque ne abbia bisogno, compresi questi pazienti.

Non è una cosa semplice ma è nostro dovere almeno provarci mettendocela tutta.

Puoi aiutarli attraverso una serie di azioni da fare e, soprattutto, da non fare.

Segui questi passaggi e mettili in pratica ogni volta che ne hai occasione.

Migliorerai tu e aiuterai una persona a vivere meglio la propria vita.

Da piccolo, avrò avuto sì e no sei anni,  soffrivo di acrofobia, quelle che in gergo solitamente vengono chiamate vertigini, e mi ricordo ancora che, con mio padre, dovevano attraversare un ponticello per andare da una parte all’altra di una strada.

Mi bloccai. Ero terrorizzato. Non c’era verso di farmelo attraversare. A rivederlo ora mi viene da ridere, sarà stato alto al massimo un paio di metri.

Ma niente, mi ero avvinghiato con tutto me stesso al corrimano e non ne volevo sapere di lasciarlo. Mio padre era tra il disperato e l’incredulo. 

Io era molto impaurito. 

Da quel momento ho capito che non si scherza con le paure delle persone.

La paura è forse la nostra emozione più forte perché legata alla nostra sopravvivenza.

Oggi ero in consulenza quando, leggendo le obiezioni riportate dalla segreteria sulle prime visite effettuate, tra le altre c’era anche questa.

E’ difficile da gestire per chi ne soffre, figuriamoci per chi dovrebbe convincere quella persona a cambiare idea.

Tuttavia ci sono alcune punti che cerco sempre di toccare quando mi trovo davanti un paziente che ne soffre, che suddivido fondamentalmente in due macro categorie:

  1. azioni da non fare, 
  2. e azioni da fare. 

Tra le azioni da non fare principalmente tengo conto di due cose molto importanti:

  1. mai sminuire la sua paura,
  2. non devi essere il suo consulente.

Tra le azioni da fare invece troviamo:

  1. dimostrare empatia nei suoi confronti,
  2. utilizzare correttamente il paraverbale,
  3. allineare verbale, paraverbale e non verbale,
  4. cercare di capire meglio la sua paura attraverso delle domande.

A parte i primi tre punti, assolutamente importanti, trovo le domande la cosa più affascinante perché aiutano l’interlocutore, in questo caso il paziente, ad arrivare da solo alla soluzione, che vorrebbe dire anche di non voler fare il lavoro.

Seguendo quello che è il metodo socratico quello che dovremo fare è una serie di domande per comprendere la sua paura e capire cosa prova in quei momenti. stimolarlo nella scelta, rinforzare positivamente attraverso un reframing e proiettarlo nel futuro.

Oltre questo, non smetterò mai di dirlo, è importante lavorare su tecniche di comunicazione persuasiva come, in questo caso, la riprova sociale: testimonianze, recensioni, casi studio e tutto quello che può rafforzare la nostra immagine e aiutare il paziente a sentirsi più tranquillo.

Un’altra cosa importante che devi ricordare è che prima si parla di emozioni e poi di logica, soprattutto con questi pazienti. A lui non frega niente se hai il 3D o fai la sedazione cosciente, vuole semplicemente essere capito e rassicurato. 

 

IN CONCLUSIONE

Trattare con questi pazienti non è una cosa affatto semplice, forse sono in assoluto le persone più difficili con cui avere a che fare.

La loro paura, per quanto possa sembrarci insensata o banale deve essere comunque rispettata.

Il nostro compito è quello di avere tutti gli strumenti per poterli aiutare. Tra questi strumenti, oltre ai macchinari e ai farmaci, ancor di più, c’è il nostro modo di comunicare.

 

Buon lavoro!

P.S: naturalmente se su questo tema hai da aggiungere qualcosa o darmi il tuo punto di vista sei il benvenuto!

Toshiro

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